Che dire?

Ecco qual è l’origine della solitudine umana: essere sperduti in un mondo troppo grande che ci divora tutti quanti a ogni istante. (J. Kerouac)

sabato 17 novembre 2018

Una nuova casa. Una nuova sfida

Ormai ci siamo, sono iniziati i lavori a casa mia. Quell'appartamento che ho sempre visto come "quello di papà", adesso sta diventando MIO. Piccole e grandi modifiche ne stanno cancellando la storia: una storia che era tutto mio padre, quindi, per metà, anche me. Una storia fatta di sentimenti instabili, di una mente che é precipitata nel suo gorgo rapidamente, sempre più rapidamente, fino al vortice finale, sempre più stretto che lo ha portato a morire a Km di distanza da casa sua.... da quella casa che adesso stenterebbe a riconoscere (Se potesse tornare in vita e, soprattutto, in salute). Cosa succederà di me? Non ne ho idea. Adesso vivo un misto di entusiasmo e paura. Entusiasmo per la nuova vita che inizierà lì, paura di non farcela. Paura di trovarmi, per qualche accidenti del destino, bloccato ad un passo dalla meta. Paura perché, inevitabilmente, il giorno in cui entrerò stabilmente a casa, inizierà la fase adulta della mia vita. Fase adulta che, inevitabilmente, segnerà anche l'addio all'essere figlio, e la vecchiaia di mia madre che ha sempre rappresentato, e lo fa tuttora, un mio punto di riferimento. Lo scoglio al quale ci si aggrappa nei momenti di tempesta. Ecco. Ce la farò a superare le tempeste che arriveranno quando starò a casa, da solo? Che senso avrà alzarsi la mattina per andare a lavorare? Per chi lo farò? Per me stesso? Ce la farò ad affrontare le quotidianità? Saprò regolarmi sul giusto numero di ore da trascorrere in casa? Abbandonerò la casa, gli affetti e gli effetti a loro stessi perché non avrò il coraggio di entrare in casa, oppure mi chiuderò, abbrutirò sempre più chiuso in casa per la paura di abbandonarla? Ho due cani meravigliosi. Sarò in grado di stare con loro e, allo stesso, tempo dedicarmi anche a me stesso senza abbandonarli? Se la notte dovesse venirmi la febbre, da solo, ce la farò a curarmi? Ce la farò a capire se é una semplice influenza o qualcosa di più grave? Sarò in grado di affrontare gli inevitabili inconvenienti che arriveranno? Se dovessero riscontrarmi qualcosa di grave, come dormirò quella notte e le notti seguenti sapendo che il mio corpo potrebbe lasciarmi da un momento all'altro?
Ecco, la mia testa si riempie di queste ansie, paturnie e paure. Paure di un'anima che si scopre sola. 

mercoledì 20 giugno 2018

Maturità 2018. Solitudine

"S'anche ti lascerò per breve tempo, solitudine mia, se mi trascina l'amore tornerò, stanne pur certa; i sentimenti cedono, tu resti" (Alda Merini)
Alda Merini e Giorgio Bassani. Il MIUR ha chiesto ai nostri figli di riflettere sulla solitudine e le discriminazioni. Non sappiamo cosa possa essere uscito, quali pensieri possano essere scaturiti dalle menti acerbe, delle volte profondissime, delle altre banali, dei 19enni del 2018. Comunque fa piacere che anche a Viale Trastevere ci si stia accorgendo del male del nostro tempo: un autismo comunicativo figlio e genitore dell'iperconnettività, figlio e genitore della discriminazione delle paure. In bocca al lupo, ragazzi. Esorcizzate la solitudine, imparate a conviverne, perché "Chiunque sa stare solo, non soffre di solitudine"

martedì 12 giugno 2018

"Che dio possa aver pietà delle nostre anime"

È una frase forse un po' troppo retorica, ma è il pensiero di ogni prof il giorno degli scrutini. Per chi non sia avvezzo alle pratiche scolastiche lo scrutinio può sembrare una specie di ordalia durante la quale gli insegnanti possono vendicarsi, tirare fuori il loro lato peggiore e mettere in pratica le minacce dell'anno scolastico; oppure, sulla scia del film di Lucchetti, lanciarsi strali ed insulti alla fine dell'anno, volti a ripercorrerlo passo dopo passo, a convincersi l'un l'altro con orazioni degne di Cicerone, della necessità di promuovere o bocciare il malcapitato di turno. Per fortuna non é così. Lo scrutinio é un atto consumato nel minor tempo possibile, bevuto come un caffè al bar... si entra ed é tutto, o quasi, già deciso. Si sa chi prenderà voti alti e chi, invece, verrà aiutato. Di solito ci si divide su pochissimi elementi. Ed é lì che sorgono i dubbi in ciascun insegnante; é in quei momenti che riecheggia la frase di questo scritto. Quando ci si accorge di avere tra le mani il destino di un ragazzino che, bene o male, ci si sente soli. Che fare? Bocciare o promuovere? Leggende metropolitane immaginano gli insegnanti come dei calcolatori umani intenti a fare medie aritmetiche dalle quali estrarre come un coniglio dal cilindro il verdetto. Chiaramente non é così: le medie si fanno tornare. È lo stesso MIUR che, con la richiesta di tenere ben presente il "Successo formativo" dell'allievo, in effetti svincola, giustamente, l'anno scolastico dal freddo numeratore. Ma qui subentra l'imponderabile. Cosa serve a quel piccoletto che ci ha fatti disperare e dispiacere, arrabbiare ed anche, a suo modo, innamorare? Gli (o le) serve di più avere un segnale forte oppure un buffetto di incoraggiamento? Spesso gli insuccessi scolastici nascono propriamente da disfunzioni familiari: genitori assenti su vari livelli (Non necessariamente quello fisico, ma anche e ancor di più quello affettivo o empatico) lasciano ragazzi allo sbando senza alcuna capacità di organizzarsi e studiare; genitori troppo presenti creano figli esplosivi come bottiglie di champagne: appena salta il tappo questi figli esplodono con conseguenze devastanti. Cosa deve fare il prof? Il semplice notaio che certifica come una serie di numeri non arrivino al numerello magico (6) quindi, tipo giudice, sancire, con un colpo di martello, la necessità di ripetere tutto daccapo? Oppure sostituirsi all'assistenza sociale, sempre troppo latitante. In questi momenti, nello scrutinio, viene fuori l'animo di ciascun essere umano che vive in ogni insegnante: c'è il disincantato che tende a decidere secondo maggioranza (In linea di massima é prossimo alla pensione e fiuta sin da subito qual è l'andamento del consiglio di classe), c'è il feroce: non é un gran pedagogo, magari é un docente preparatissimo che non concepisce l'idea che non si abbia una curiosità di conoscenza da ricercatore a 12 anni; c'è il Don Milani in pectore: per lui tutti gli allievi sono da promuovere, sa che dietro ogni difficoltà c'è un disagio più grande dell'età del ragazzo.... soprattutto, però, c'è la FRETTA. Per vari motivi non ci si può aprire del tutto nella discussione (in soldoni nessuno dirà all'altro:"Con te va bene perché sei un cretino che non si accorge di quanto copia" oppure: "Con te va male perché sei un incapace che nasconde i suoi limiti dietro un'inutile severità"), quindi si ha la sensazione di parlare un po' a vanvera. E allora si arriva al momento della decisione: promuovere o bocciare? E, siccome si é in democrazia, si vota. Ecco, si fa come nei reality show: la decisione é presa da un braccio alzato. E, qualunque sia la decisione sortita, lo scrutinio prosegue (o finisce) in un clima di gelo. Tra i colleghi non ci si guarda nemmeno, non vola una parola. Non è astio derivante da un diverso punto di vista; é la paura di aver preso la decisione sbagliata; è l'invocazione che rimbomba nel cuore di ognuno: "Che Dio possa aver pietà delle nostre anime"

mercoledì 23 maggio 2018

23 Maggio. La lotta alla Mafia é lotta alla solitudine


Temi portanti di questo blog sono i miei sentimenti e le mie paure. È un tentativo costante di ricerca di me e di quelle che sono le mie sensazioni. Perché, allora, parlare di Giovanni Falcone e della Mafia? Oggi, 23 Maggio, é quanto di più banale possa farsi, ma, nonostante l'ovvietà della scelta, vorrei buttare giù le poche righe che seguono. Non ho mai lottato contro la Mafia, non sono un operatore della giustizia e, nella mia vita di insegnante, affronto il tema della legalità, ma mi rendo conto come, in effetti, per i miei allievi non sia altro che una minima parentesi nella loro vita che, a lungo andare, sarà sempre più distante nelle parole e nei gesti. È proprio di questo aspetto che vorrei occuparmi: lo svanire e l'appiattirsi nel tempo di noi insegnanti così come rischia di esserlo Falcone. Tra i magistrati si dice che Falcone sia morto di "solitudine", nonostante non fosse propriamente "Solo", nel senso stretto dell'etimo: aveva colleghi ed amici che lo apprezzavano, l'opinione pubblica lo considerava quasi un santone, nella vita privata aveva affianco una moglie innamorata e una famiglia unita. Nonostante tutto é morto di solitudine: la solitudine a cui lo Stato lo aveva lasciato. La necessità di dover dimostrare, con ben oltre il massimo delle proprie forze, la fondatezza delle proprie scelte e indicazioni nella lotta alla mafia, il costante venticello della calunnia: veniva tacciato di arrivismo, di non rispetto per il sacrosanto principio di innocenza per qualunque accusato. Ecco, in tutto ciò vedo una linea di continuità tra l'opera di Falcone e noi insegnanti: la solitudine. E la solitudine fa paura e rende deboli. Anche noi dobbiamo SEMPRE dimostrare la qualità del nostro lavoro, sferzati dall'atroce venticello della calunnia, di essere dei passacarte sulla pelle e la cultura degli allievi, di essere dei manipolatori, degli scansafatiche... come successe a Falcone. La nostra Addaura si chiama "Tre mesi di ferie", si chiama "Part time pagato full time" ed esattamente come Falcone ci sentiamo soli: soli coi ragazzi che vanno aiutati e mantenuti alla giusta distanza per  permettere loro di trovare la loro strada, che non vanno MAI giudicati ma solamente valutati, che prendiamo progettando loro un percorso che duri l'intero ciclo degli studi... ma, come dicevo, la solitudine rende deboli perché mette paura, e da prof posso solo immaginare quante notti insonni possa aver passato Falcone, nel timore di essere maciullato, con la responsabilità verso amici e parenti che, sapeva benissimo, avrebbero potuto fare una brutta fine perché colpiti al momento sbagliato nel momento sbagliato... ma, sinceramente, non so se, invece, Falcone avesse mai pensato un altro aspetto col quale noi prof dobbiamo fare i conti cioè essere come il calore di una lampadina fulminata: destinati a svanire nel tempo, ad essere dimenticati... Finché, per Falcone, esisterà la giornata del 23 Maggio qualcosa di lui resterà in vita, ma, inevitabilmente, nella testa dei più giovani rimarrà solamente la sua fotografia sorridente e qualche frase decontestualizzata ripetuta a pappagallo. E dei prof? Cosa resterà ai nostri allievi? Mi auguro MAI una frase mandata a memoria, ma, sinceramente, preferisco immaginarmeli fra 20 anni, magari mentre giocano a Trivial Pursuit, che torna loro in mente una frase, una nozione come dal nulla e dicono: "Ah questa me la disse quel pazzo del prof."

venerdì 18 maggio 2018

Perché un nuovo blog. Perché questo blog


La vita é strana.... si danno per scontate cose che non lo sono affatto e, di punto in bianco, quando nemmeno, ingenuamente, uno se lo aspetta e pensa di trovarsi nella solita situazione che ormai lo accompagna da oltre tre anni arriva il fulmine e sconquassa tutto.
Come niente ci si rende conto che tutto quello che si ha intorno può finire da un momento all'altro, anzi che quel momento ci sarà e si rischia, anzi si ha la certezza, di doverlo affrontare soli.

E la solitudine fa paura. Fa paura immaginarsi fra dieci anni in una casa grande, bella me fredda.
Fa paura sentirsi male e non avere qualcuno a cui chiedere aiuto. Fa paura dover affrontare problemi senza una presenza che dia la sensazione di continuità anche nelle catastrofi... ma fa paura, ancor di più, l'abitudine alla solitudine e la paura. Roosevelt disse che la sola cosa di cui dobbiamo aver paura é la paura stessa. Perché per paura si commettono innumerevoli stupidaggini: ci si affida a chi non merita fiducia, a chi turlupina o raggira, a chi se ne approfitta e ti succhia l'anima.
Ecco questo blog (Che, chiaramente, non sarà aggiornato quotidianamente) serve esattamente a questo: a raccontare le vicende interne di un prof di oltre quarant'anni che si guarda attorno e vede tante cose e persone, poi si guarda dentro e scopre un mondo diverso. Un uomo che non riesce a capire cosa possa offrire, perché un deserto spirituale importante ed ha, per questo, più paura di se che degli altri.
Non ambisco ad avere lettori, mi serve come diario emotivo per verificare un percorso.