È una frase forse un po' troppo retorica, ma è il pensiero di ogni prof il giorno degli scrutini. Per chi non sia avvezzo alle pratiche scolastiche lo scrutinio può sembrare una specie di ordalia durante la quale gli insegnanti possono vendicarsi, tirare fuori il loro lato peggiore e mettere in pratica le minacce dell'anno scolastico; oppure, sulla scia del film di Lucchetti, lanciarsi strali ed insulti alla fine dell'anno, volti a ripercorrerlo passo dopo passo, a convincersi l'un l'altro con orazioni degne di Cicerone, della necessità di promuovere o bocciare il malcapitato di turno. Per fortuna non é così. Lo scrutinio é un atto consumato nel minor tempo possibile, bevuto come un caffè al bar... si entra ed é tutto, o quasi, già deciso. Si sa chi prenderà voti alti e chi, invece, verrà aiutato. Di solito ci si divide su pochissimi elementi. Ed é lì che sorgono i dubbi in ciascun insegnante; é in quei momenti che riecheggia la frase di questo scritto. Quando ci si accorge di avere tra le mani il destino di un ragazzino che, bene o male, ci si sente soli. Che fare? Bocciare o promuovere? Leggende metropolitane immaginano gli insegnanti come dei calcolatori umani intenti a fare medie aritmetiche dalle quali estrarre come un coniglio dal cilindro il verdetto. Chiaramente non é così: le medie si fanno tornare. È lo stesso MIUR che, con la richiesta di tenere ben presente il "Successo formativo" dell'allievo, in effetti svincola, giustamente, l'anno scolastico dal freddo numeratore. Ma qui subentra l'imponderabile. Cosa serve a quel piccoletto che ci ha fatti disperare e dispiacere, arrabbiare ed anche, a suo modo, innamorare? Gli (o le) serve di più avere un segnale forte oppure un buffetto di incoraggiamento? Spesso gli insuccessi scolastici nascono propriamente da disfunzioni familiari: genitori assenti su vari livelli (Non necessariamente quello fisico, ma anche e ancor di più quello affettivo o empatico) lasciano ragazzi allo sbando senza alcuna capacità di organizzarsi e studiare; genitori troppo presenti creano figli esplosivi come bottiglie di champagne: appena salta il tappo questi figli esplodono con conseguenze devastanti. Cosa deve fare il prof? Il semplice notaio che certifica come una serie di numeri non arrivino al numerello magico (6) quindi, tipo giudice, sancire, con un colpo di martello, la necessità di ripetere tutto daccapo? Oppure sostituirsi all'assistenza sociale, sempre troppo latitante. In questi momenti, nello scrutinio, viene fuori l'animo di ciascun essere umano che vive in ogni insegnante: c'è il disincantato che tende a decidere secondo maggioranza (In linea di massima é prossimo alla pensione e fiuta sin da subito qual è l'andamento del consiglio di classe), c'è il feroce: non é un gran pedagogo, magari é un docente preparatissimo che non concepisce l'idea che non si abbia una curiosità di conoscenza da ricercatore a 12 anni; c'è il Don Milani in pectore: per lui tutti gli allievi sono da promuovere, sa che dietro ogni difficoltà c'è un disagio più grande dell'età del ragazzo.... soprattutto, però, c'è la FRETTA. Per vari motivi non ci si può aprire del tutto nella discussione (in soldoni nessuno dirà all'altro:"Con te va bene perché sei un cretino che non si accorge di quanto copia" oppure: "Con te va male perché sei un incapace che nasconde i suoi limiti dietro un'inutile severità"), quindi si ha la sensazione di parlare un po' a vanvera. E allora si arriva al momento della decisione: promuovere o bocciare? E, siccome si é in democrazia, si vota. Ecco, si fa come nei reality show: la decisione é presa da un braccio alzato. E, qualunque sia la decisione sortita, lo scrutinio prosegue (o finisce) in un clima di gelo. Tra i colleghi non ci si guarda nemmeno, non vola una parola. Non è astio derivante da un diverso punto di vista; é la paura di aver preso la decisione sbagliata; è l'invocazione che rimbomba nel cuore di ognuno: "Che Dio possa aver pietà delle nostre anime"

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